racconto su un orologio

Quando ero piccolo mi prendevano in giro perché non sapevo leggere l’orologio. Nel quadrante, tra un numero e l’altro, c’era uno spazio (e un tempo) infinito che non riuscivo a decifrare attraverso la semplice posizione delle lancette. Non riuscivo a concepirne l’approssimazione.

Negli stessi anni, e in modo apparentemente sconnesso con la mia incapacità di leggere l’orologio, osservando le migliaia di volumi di mio padre e di mio nonno cominciai a provare una strana sensazione, un senso di vertigine simile a quel meraviglioso terrore che si prova ammirando l’oceano da una scogliera a picco.

Col tempo ho imparato a interpretare le lancette e parallelamente ho cominciato a leggere i romanzi e i saggi che si affastellano nella libreria di famiglia, dissolvendo in parte il senso di vertigine.

Ecco, ho finalmente capito perché si dice “leggere l’orologio”. Gli orologi sono come i libri, strumenti creati dagli esseri umani per misurare l’eternità.

© Rodolfo Veneziani

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