Processione - Storie - La Scatola Nera blog letterario

Erano in dieci. Ognuno con la propria candela in mano, erano riuniti nell’ingresso della vecchia casa, di fronte al presepe con la piccola culla di legno ancora vuota tra lo sguardo austero di San Giuseppe e il sorriso eterno di Maria.
Fuori il vento ululava tra la cancellata del palazzo, strisciava come un serpente nell’androne e infine si infrangeva sul portone della casa per poi ricominciare il suo giro minaccioso nella notte. “Chiudi la finestra, zia!” diceva sempre uno dei ragazzi, poi la nonna cominciava a distribuire i foglietti con i canti di Natale e il nonno affidava la statuina del Bambino Gesù al più piccolo della famiglia affinchè, durante la processione, lo portasse tra le proprie manine rosa. Si era sempre fatto così e così doveva essere.
Da quel gruppo confuso di persone si formava alla svelta una fila, quindi venivano spente tutte le luci e a mezzanotte la processione poteva iniziare: in testa c’era il più piccolo col Bambino Gesù, poi i suoi cugini, dietro di loro gli zii e i genitori e infine i nonni in coda. Tutti cantavano all’unisono e man mano che la fila avanzava nel dedalo di stanze, la luce soffusa delle candele si propagava nella casa come un respiro caldo, animando per qualche istante gli oggetti su cui si posava e proiettando ombre dappertutto. C’erano le ombre delle antiche poltrone in stoffa, quelle dei vasi di porcellana e del lampadario di cristallo che pendeva dal soffitto e infine c’erano quelle dei familiari che si allungavano sulle pareti in forme strane e cangianti.
Appesi a una parete del corridoio c’erano due ritratti ovali risalenti alla fine dell’Ottocento che raffiguravano i due bisnonni in abiti sontuosi e con sguardi persi nel Tempo; erano anni, decenni, forse secoli che i due osservavano quel rito annuale in silenzio e con occhi di pastello stinto. Il gruppo avanzava tortuosamente, qualcuno ogni tanto rischiava addirittura di inciampare tra una paio di scarpe abbandonate, e un odore di cera sciolta si diffondeva nell’aria.
Proseguendo nella camera dei nonni c’era uno specchio con una cornice di arabeschi nel quale si riflettevano, man mano che vi passavano davanti, i visi dei familiari come nella pellicola di un vecchio film e nella camera successiva, quella in cui erano cresciuti gli zii e i genitori, una sedia a dondolo oscillava a lungo sfiorata dal passaggio della processione. La fila raggiungeva poi la cucina dove indugiava ancora l’odore del caffè, faceva un giro attorno al tavolo circolare e infine tornava all’ingresso, davanti al presepe. Il più piccolo allora riponeva il bambinello nella culla e tutti insieme intonavano il padrenostro.

Passarono molti anni, ora erano in cinque. Ognuno con la propria candela in mano, erano nuovamente riuniti nell’ingresso della vecchia casa, di fronte al presepe con la piccola culla di legno ancora vuota ma un po’ tarlata e sempre tra lo sguardo austero di San Giuseppe e il sorriso eterno di Maria. Fuori il vento ululava più forte, il portone traballava e la finestra opponeva maggiore resistenza alla sua chiusura. La madre distribuiva i foglietti con i canti e lo zio affidava il Bambino Gesù al più piccolo che ormai aveva quarant’anni e le mani già consumate dal lavoro. Così si era sempre fatto e così si doveva fare.
La processione avanzava con più agilità tra il dedalo di stanze, il canto non era più all’unisono e le candele illuminavano ben poco; si intravedeva con difficoltà una delle antiche poltrone e a malapena gli occhi dei due bisnonni ritratti che si perdevano nel Tempo. Lo specchio della camera dei nonni rifletteva dei volti emaciati, la sedia a dondolo oscillava per pochi istanti e l’odore di caffè si percepiva appena. Giunti al principio del percorso, come di consueto il più piccolo riponeva il Bambino Gesù nella culla e i cinque intonavano insieme il padrenostro.

Altri anni sono passati, ora non c’è più nessuno nella vecchia casa.
La finestra rimane spalancata e il vento striscia senza ostacoli nel dedalo di stanze, tra l’oscurità che si è mangiata tutto; passa accanto allo specchio che riflette un muro spoglio, soffia tra la sedia che non dondola più e solleva lo spesso strato di polvere dal tavolo della cucina. Ma un padrenostro echeggia ancora nella casa e quel dannato Bambino Gesù è di nuovo lì, nella sua culla di legno tarlato, che rinasce ogni anno nei secoli dei secoli.

© Rodolfo Veneziani

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