Racconto quarantena

Da quando è iniziata la quarantena Flavio e Flavia si addormentano sempre nello stesso istante.

Il loro respiro notturno è perfettamente sincronizzato e quando Flavia si volta nel letto per cambiare posizione anche Flavio si volta per cambiare posizione. Alle otto Flavia apre gli occhi e si specchia in quelli di Flavio e DRIIIIIN! Mario allunga la mano infreddolita verso il comodino e come sempre fa cadere il telefono a terra. Bestemmia. Poi si tira su e nota che ha lasciato la finestra aperta tutta la notte. Bestemmia di nuovo. Mette un piede a terra e sono già le undici quando Anna apre gli occhi intorpiditi dal sonno. Come ogni mattina, la prima cosa che mette a fuoco è la foto ingiallita di sua nonna sullo scaffale della libreria, lo sguardo risoluto di chi sa cosa vuole nella vita. Allora pensa che è la volta buona che vada a correre in terrazzo ma non ricorda più il proprio nome. L’ha dimenticato un giorno sulla sgangherata panchina di fronte alla stazione su cui prova a dormire ogni notte. La pelle grinzosa si confonde con i sudici stracci che la ricoprono. Sta sputando parole contro il cielo quando un tipo gli si avvicina e fa: “Francesco ormai non sa più se lo strano chiarore a cui sta assistendo dalla finestra della camera da letto sia un’alba o un tramonto. Si accende l’ennesima sigaretta e sente il monossido espandersi attraverso gli alveoli polmonari e il catrame che si deposita lentamente come la cenere su Hiroshima. Poi squilla il telefono: “Sono oltre 53 i dispersi a largo di Lampedusa” e Sakura esce dal box doccia. Sta sgocciolando ovunque ma i suoi piedi sono a secco su un ruvido tappetino da cinquemila yen. Così si infila l’accappatoio e intravede la sua sagoma nello specchio, è umida e deforme. A quel punto Oliver apre la finestrella del cesso e i suoi pensieri si disperdono nell’aria come onde sonore a bassa frequenza. Si affaccia e guarda un cielo in 4K e per un istante i contorni delle cose gli appaiono così definiti da non sembrare reali. Poi va in soggiorno e manda un vocale a Denise: “President Trump… how do you plan to manage this pandemic?”. Cambia i canali, scrolla i feed, va su Google Maps e si fa una passeggiata nelle immense pianure argentine. È bellissimo sentire le folate di pixel che ti scompigliano i capelli, calpestare i bit e zoomare l’orizzonte! Ora però, Giada, è il momento di un buon bicchiere di whiskey. Anche se non dovresti bere. L’ultima volta ti hanno detto che il tumore si è fermato ma tu lo senti, lo vedi, lo ascolti sempre. È dappertutto. Somiglia a quella macchia nera di muffa che si estende in metastasi sul soffitto della cucina. Le spore si ramificano attraverso l’intonaco con striature bluastre e sembra l’universo in espansione, pianeti gassosi, raggi gamma, stelle al collasso. È ora di rimuoverla. Allora Josè prende spugna e candeggina e si mette a rimuovere la macchia. “Smacchia e lava in profondità! Smacchia e lava in profondità!”. Gratta l’intonaco che se ne viene, l’odore è pungente, gli servirebbe una mascherina e il reparto di terapia intensiva è allo stremo. È arrivato il trentacinquesimo caso grave della giornata e i  volti di Bashir e di tutta la sua equipe sono un campo solcato dal dolore. Quando potrò chiudere occhio ci riuscirò? Se lo chiede mentre la figlia tira lo sciacquone e trasforma la sua videocall con il cliente in un video virale che ironizza sugli inconvenienti dello smart working. Così si infila le ballerine e decide di portare il cane a pisciare per il suo quarto d’ora d’aria, ma non prima di aver fatto il saluto al Sole che però sta tramontando e un’altra giornata in sella alla sua fida mountain bike sta per finire. Ha trottato per tutte le verdi praterie di Roma a consegnare pizza e sushi, Piazza del Popolo sembrava un De Chirico, il Tevere era giallo come l’epatite e ai bordi della tangenziale un filo d’erba bruciava al Sole. Ora è fermo sotto casa, guarda lo sfarfallio dei lampioni che si accendono e pensa: “Dolce e tenera Lara, perché sei sparita quella notte del ’76? Ricordo il tuo sorriso sfumato di rosso e la luce di quel bar a Prenzlauer Berg che ti innaffiava il volto”. Da quando ha smesso di lavorare come addetto agli scambi ferroviari, nel ’90, le sue mani di cartapesta non hanno mai smesso di tremare, e non solo per il Parkinson. Dondola sotto il suo vecchio portico di legno marcio a 50 miglia da New Orleans, fuma un sigaro e poi si sveglia: è il quarantaduesimo giorno di quarantena e ha ritrovato le parole. Scriverà un racconto che parla delle relazioni, o qualcosa del genere, e finalmente inizia.

© Rodolfo Veneziani

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