"Un giro a vuoto" - La Scatola Nera - Blog letterario

Tremava il sole, tremava l’orizzonte distorcendosi in una linea a zig zag, tremava la piccola barca di legno che scorrendo faceva rabbrividire l’acqua: per Salvatore, il pescatore di Lampedusa che il Parkinson aveva preso molti anni fa e non mollava più, i giorni tremavano come scossi da una paura di cui si ignora la causa.

La terra ferma l’aveva abbandonata da tempo, la malattia infatti lo costringeva a una serie interminabile di tremori che sembravano il prolungamento della sua vita in mare, tra lo sballottare delle onde. Così il movimento costante del Mediterraneo lo seguiva dappertutto: nella moka che vibrava nella sua mano poco prima dell’alba, nelle scarpe di tela consunta in cui infilava i piedi prima di uscire, nell’ondeggiare della camminata fino al vecchio porto, nella sigaretta stropicciata che provava ad accendere prima di iniziare ogni giornata di pesca.

Una notte di agosto Salvatore, reduce da ore di insonnia, decise di andare al porto un po’ prima del solito, con l’aria ancora densa di sale e oscurità. Una volta arrivato scagliò la sigaretta contro il cielo senza luna e subito questa sfumò nell’acqua, poi salì sulla barca, accese lampara e motore e filò verso il nulla. La barca illuminata, man mano che avanzava, lasciava una ferita nella notte che subito si rimarginava, poi il pescatore giunse alla boa dove aveva gettato la rete al tramonto e lì spense il motore e si fermò. Si mise sulla prua e notò che la lampara stava illuminando qualcosa d’insolito nell’acqua, allora si sporse e riuscì a distinguere un corpo impigliato tra le maglie della rete. Era di una donna, aveva la carnagione scura di una che veniva da lontano e due grandi occhi così neri da far pensare che Dio, quando aveva creato il variopinto universo, si fosse dimenticato di loro. Quegli occhi fissavano immobili qualcosa oltre le inarrestabili increspature dell’acqua e per un momento Salvatore pensò che fosse lui quel qualcosa, poi invece capì che puntavano verso quel cielo senza luna che in essi si specchiava.

Ma Salvatore capì anche qualcos’altro nel silenzio irreale del mare aperto, capì che tutto quel quotidiano girare a vuoto, tutto quel muoversi in uno spasmo incessante tendesse in realtà a un unico fine, a un unico punto: in fondo a quei due buchi neri che il caso  volle che incontrasse in una spietata notte di agosto.

© Rodolfo Veneziani

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